giovedì 31 agosto 2006

martedì 29 agosto 2006

Link mentali













È da oggi pomeriggio che un'associazione visiva quantomeno inquietante fa capolino nella mia testa in maniera sempre più insistente: quella tra il borotalco e... Lenin.
Essì, continuo a vedermi il barattolo verde con sull'effigie il profilo austero del compagno Vladimir Ilic Ulianov al posto dell'infermiera che accudisce il bimbo (o, a seconda delle versioni, della giovane donna in costume da bagno).
E la cosa strana è che per me si tratta di un'immagine viva, ovvero è come se avessi un ricordo di me piccolino che dopo il bagnetto vengo cosparso della miracolosa polvere bianca, e la figura del leader rivoluzionario sembra rassicurarmi sul trionfo del socialismo contro ogni avversità, e anch'io di riflesso utilizzando il borotalco sarò destinato a raggiungere inevitabilmente i più grandi successi nella vita.
E la morale qual'è? E chenneso, se lo sapessi sarei un uomo che non deve chiedere mai, e saprei pure che il marketing nuoce gravemente alla salute.

Cobolli Gigli, ovvero "la faccia come il culo"

"Sia chiaro, so che dobbiamo essere sanzionati ed è giusto ma a nostro avviso il campionato di serie A, pur con forti penalizzazioni, ci spetta. I peccati veniali ci sono stati, ne siamo tutti consapevoli, e la dimostrazione è che gli azionisti hanno voluto dare un volto nuovo alla società. Ora noi vogliamo e dobbiamo partecipare alla rifondazione delle regole del calcio"
Giovanni Cobolli Gigli, presidente della Juventus giovedì, 24 agosto 2006

Essì, comprare una partita è un peccato gravissimo e merita una retrocessione di 2 categorie (il Genoa dalla A alla C, ed era lo scorso anno, non il mesozoico), mentre comprare campionati, arbitri, e controllare un intero sistema di potere con la corruzione e le minacce, lucrandoci sopra con tutta la famiglia oltretutto, è veniale, si fa così, senza pensarci, tanto per scherzare.
Poi è vero che la Juve ha fatto piazza pulita, ed è senza dubbio un merito, però è vero anche che Giraudo & co. non erano saliti ai vertici societari con un golpe ai danni dei poveri e sprovveduti Agnelli, e comunque addossare tutte le colpe a Moggi, che pure è un personaggio losco e discutibile non da oggi, ed era uno dei fulcri di tutto, è comodo, molto comodo. "Io non centro, è stato il lupo cattivo! Mi ha costretto a complottare con Pairetto e Biscardi, io in fondo ho solo vinto degli scudetti, che manco li volevo quelli... (però adesso che li ho li sento miei e li merito assai)".
Ma vaffanculo, va.

domenica 27 agosto 2006

Tuffi


Il mio lettore mp3 ieri ha cercato il suicidio tuffandosi nel secchio contenente acqua e lysoform, col quale stavo pulendo i pavimenti di casa.
Ora, dopo una difficile operazione a cuore aperto a effettuata con un phon sembra essersi ripreso... certo ogni tanto si spegne da solo, e qualche volta, quando schiacci un tasto che dovrebbe far eseguire una determinata operazione, lui ne fa un'altra, ma sono convinto che lo faccia per ripicca, perché gli ho salvato la vita, mentre il suo desiderio era di farla finita.
Gli passerà.

giovedì 24 agosto 2006

Se l'architetto è sospetto


Un mio amico l'altro ieri mi ha esposto una sua curiosa teoria secondo la quale i tre cavalieri che combattono l'Anticristo sarebbero Christopher Walken, Harvey Keitel e Morgan Freeman, mentre l'Anticristo stesso sarebbe niente di meno che Renzo Piano.
Inoltre esisterebbero anche dei servitori di basso livello, ovvero degli adoratori invasati, di cui un'esempio calzante è Gigi D'Alessio. E se avesse ragione?

lunedì 21 agosto 2006

I ponti


Di tutto ciò che l'uomo, spinto dal suo istinto vitale, costruisce ed erige, nulla è più bello e più prezioso per me dei ponti. I ponti sono più importanti delle case, più sacri perché più utili dei templi. Appartengono a tutti e sono uguali per tutti, sempre costruiti sensatamente nel punto in cui si incrocia la maggior parte delle necessità umane, più duraturi di tutte le altre costruzioni, mai asserviti al segreto o al malvagio.
I grandi ponti di pietra, grigi ed erosi dal vento e dalle piogge, spesso sgretolati nei loro angoli acuminati, testimoni delle epoche passate, in cui si viveva, si pensava e si costruiva in modo differente: nelle loro giunture e nelle loro invisibili fessure cresce l'erba sottile e gli uccelli fanno il nido.
I sottili ponti di ferro, tesi come filo da una sponda all'altra, che vibrano ed echeggiano con ogni treno che li percorre, come se aspettassero ancora la loro forma e perfezione finale. La bellezza delle loro linee si svelerà del tutto solo agli occhi dei nostri nipoti.
I ponti di legno all'entrata delle cittadine bosniache le cui travi traballano e risuonano sotto gli zoccoli dei cavalli, come le lamine di uno xilofono. E infine, quei minuscoli ponti sulle montagne, spesso solo un unico grande tronco ovale, massimo due, inchiodati uno accanto all'altro, gettati sopra qualche ruscello montano che senza di loro sarebbe invalicabile. Due volte all'anno il torrente impetuoso ingrossandosi li trascina via e i contadini, con l'ostinazione cieca delle formiche, tagliano e segano e ne rimettono di nuovi. Per questo, vicino ai ruscelli di montagna, nelle anse fra le pietre dilavate, spesso si vedono questi “ponti” precedenti: stanno lì abbandonati a marcire insieme all'altra legna arrivata per caso. Ma questi tronchi di alberi lavorati, condannati a bruciare o a marcire, si differenziano comunque dal resto e ricordano sempre l'obiettivo per il quale sono serviti.
Diventano tutti uno solo e tutti degni della nostra attenzione, perché indicano il posto in cui l'uomo ha incontrato l'ostacolo e non si è arrestato, lo ha superato e scavalcato come meglio ha potuto, secondo le sue concezioni, il suo gusto e le condizioni circostanti.
Quando penso ai ponti, mi vengono in mente non quelli che ho traversato più spesso, ma quelli su cui mi sono soffermato più a lungo, che hanno attirato la mia attenzione e fatto spiccare il volo alla mia fantasia.
I ponti di Sarajevo, prima di tutto. Sul fiume Miljacka, il cui letto è una sorta di sua spina dorsale, rappresentano vertebre di pietra. Li vedo e li posso contare uno a uno. Conosco le loro arcate, ricordo i loro parapetti. Fra di loro ce n'è anche uno che porta il nome fatale di un ragazzo, un ponte minuscolo ma eterno che sembra ritiratosi in sé stesso, una piccola ed accogliente fortezza non conosce resa né tradimento.
Poi i ponti visti nei viaggi, di notte, dai finestrini dei treni, sottili e bianchi come fantasmi. I ponti di pietra in Spagna, ricoperti dall'edera e come impensieriti della propria immagine riflessa nell'acqua scura. I ponti di legno in Svizzera, ricoperti da un tetto che li difende dalle abbondanti nevicate, assomigliano a lunghi silos e sono ornati all'interno da immagini di santi o di avvenimenti miracolosi come fossero cappelle. I ponti fantastici della Turchia, poggiati lì per caso, custoditi e protetti dal destino. I ponti di Roma, dell'Italia meridionale, fatti di pietra candida, da cui il tempo ha preso tutto quello che ha potuto e accanto ai quali da cent'anni ne vengono costruiti di nuovi, ma che restano come sentinelle ossificate.
Così, ovunque nel mondo, in qualsiasi posto, il mio pensiero vada e si arresti, trova fedeli e operosi ponti, come eterno e mai soddisfatto desiderio dell'uomo di collegare, pacificare e unire insieme tutto ciò che appare davanti al nostro spirito, ai nostri occhi, ai nostri piedi, perché non ci siano divisioni, contrasti, distacchi...
Così anche nei sogni e nel libero gioco della fantasia, ascoltando la musica più bella e più amara che abbia mai sentito, mi appare all'improvviso davanti il ponte di pietra tagliato a metà, mentre le parti spezzate dell'arco interrotto dolorosamente si protendono l'una verso l'altra e con un ultimo sforzo fanno vedere l'unica linea possibile dell'arcata scomparsa. È la fedeltà e l'estrema ostinazione della bellezza, che permette accanto a sé un'unica possibilità: la non esistenza.
E infine, tutto ciò che questa nostra vita esprime - pensieri, sforzi, sguardi, sorrisi, parole, sospiri - tutto tende verso l'altra sponda, come verso una meta, e solo con questa acquista il suo vero senso. Tutto ci porta a superare qualcosa, a oltrepassare: il disordine, la morte o l'assurdo. Poiché tutto è passaggio, è un ponte le cui estremità si perdono nell'infinito e al cui confronto tutti i ponti di questa terra sono solo giocattoli da bambini, pallidi simboli. Mentre la nostra speranza è su quell'altra sponda.

(Ivo Andric, 1963)

venerdì 18 agosto 2006

Finché la Topolino va lasciala andare


Paolo Rumiz è un grande giornalista e viaggiatore, per questo un po' lo invidio.
E poi lo invidio ancora di più perché è almeno 3 anni che si fa le vacanze a spese di Repubblica, regalandoci dei bellissimi reportage tra l'altro: nel 2004 in barca a vela fino a Lepanto, la scorsa estate sulle tracce della cristianità in Medioriente fino a Gerusalemme. Quest'anno ha lasciato perdere l'oriente per intraprendere un viaggio in Topolino (non il fumetto Disney of course, bensì la mitica macchina dall FIAT) lungo gli Appennini, partendo dalla Liguria con direzione sud lungo la penisola, standosene rigorosamente al di fuori delle rotte turistiche. Io ci darei un'occhiata perché è decisamente interessante.

martedì 15 agosto 2006

La più bella canzone (del mondo o di quello che volete)

Dream Letter
Tim Buckley



Lady time fly away
I've been thinking 'bout my yesterday
Oh, please listen darlin' to my empty prayers
Sleep inside my dreams tonight
All I need to know tonight are you and my child

Oh, is he a soldier or is he a dreamer?
Is he mama's little man?
Does he help you when he can?
Or does he ask about me?

Just like a soldier boy
I been out fighting wars
That the world never knows about
But I never win them loud
There's no crowds around me

But when I get to thinkin'
'Bout the old days
When love was here to stay
I wonder if we'd ever tried
Oh, what I'd give to hold him.

lunedì 14 agosto 2006

I grandi perché della modernità

Inauguriamo oggi una rubrica, "I grandi perché della modernità", destinata ad avere uno sviluppo irregolare e vieppiù saltuario, ma che porrà alla vostra attenzione dei quesiti, anzi... oserei definirli misteri, inestricabili e dalla cui risoluzione dipende il destino dell'umanità intera e del mondo come lo conosciamo.
Inizieremo oggi con una domanda che assilla l'uomo fin dai tempi in cui cacciava i mammuth e si vestiva di pelli animali:

"Perché fuori dai "döner kebab" c'è sempre Super Mario di "Super Mario Bros." vestito da cuoco che sorride a 32 denti?"

domenica 13 agosto 2006

Sono sconcertexas

Non so se sapete chi sia Paul Haggis, comunque credo basti dire che questo canadese dell'Ontario è stato nominato due volte all'Oscar, non che questo sia sempre e necessariamente significativo, ma lo è quando i riconoscimenti sono per la sceneggiatura di "Million dollar baby" (2004) e "Crash" (2005), di cui è stato anche regista.
Tra gli altri suoi meriti vi è quello di essere l'ideatore di "Due south" (grossomodo dovrebbe tradursi con "Direzione sud"), una delle mie serie televisive preferite: se qualcuno se la ricorda è quella in cui i protagonisti sono un poliziotto scafato di Chicago e una improbabile giubba rossa canadese, dai modi più simili a quelli di un lord inglese che a quelli di uno sbirro (che è una parola che detta nei film fa tanto figo quanto è ridicola nella vita reale), distaccata al consolato della Windy City, in cui si fondevano perfettamente ironia e azione, sfruttando proprio la contrapposizine tra i due caratteri principali.
In Italia non è andata molto (qualche passaggio su Mediaset in orari imprecisati con un titolo tanto banale che da solo ti farebbe passare la voglia di guardarla - "2 poliziotti a Chicago" - anche se ho visto ieriverso mezzogiorno che La7 la sta riproponendo, e pure col suo nome originale!), mentre io ricordo gloriose domeniche pomeriggio in cui la guardavo sulla televisione svizzera (i cui titolisti riuscirono incredibilmente a partorire un ancora più orribile "2 dritti a Chicago" come traduzione).
Ebbene a cosa è dovuto il mio sconcerto? Ma al fatto che Haggis è pure l'ideatore di Walker Texas Ranger, non sceneggiatore di qualche puntata, proprio il creatore, colui che ha plasmato il personaggio che Chuck Norris ha regalato all'Olimpo dell'immortalità con le sue interpretazioni sofferte e significative, l'incarnazione dell'uomo che non deve chiedere mai, come voleva una pubblicità dei tardi anni ottanta, e se proprio è costretto a farlo, prima ti tira un doppio calcio volante per farti capire che la risposta non deve contrariarlo, o è peggio per te.
Ebbene: da questo momento il mio motto sarà: "LUNGA VITA A CHUCK", essì, lo chiamerò Chuck, proprio come un vecchio amico, d'altra parte chi lo vorrebbe come nemico?

sabato 12 agosto 2006

La casa di riposo


Lang disse che le nonne gli mettevano una gran tristezza. Disse che a suo avviso le nonne erano sostanzialmente una cosa triste, specialmente quelle molto vecchie, che avevano ogni sorta di problemi tristi. Raccontò a Lenore della madre di suo padre, ricoverata in una casa di riposo in Texas, negli anni Sessanta. Disse che dopo la morte del nonno il padre e la madre avevano ospitato in casa la nonna per un po' di tempo, ma le cose non avevano funzionato, nemmeno con l'aiuto di un'infermiera che veniva durante il giorno per badare alla nonna, e che un giorno il padre di Lang e la nonna si erano seduti a tavola e il padre di Lang aveva detto alla nonna che l'avrebbe mandata in una casa di riposo.

“Ricordo che era veramente decrepita” disse Lang “E che non si muoveva bene, e che aveva delle perdite agli occhi, tipo che le colava una specie di roba lattiginosa. Non le andava a genio l'idea di finire in una casa di riposo. Ricordo che quando papà glielo disse lei fece sì con la testa e non aprì bocca. Ma si capiva che non le andava a genio.”

“E insomma andavamo a trovarla ogni sabato” proseguì Lang. “Era una specie di rituale. Papà voleva comportarsi da bravo figlio. La casa di riposo era lontana, era quasi a Fort Worth, sicché ci mettevamo in macchina e andavamo a trovare la nonna. Con mio padre c'ero quasi sempre io, e qualche volta c'erano anche mia madre e mio fratello. Ci mettevamo in macchina e partivamo, e arrivavamo a un grande cancello di ferro battuto e imboccavamo un sentiero di ghiaia pieno di curve, che finiva davanti alla casa di riposo. Anche piuttosto cara. Credo che la trattassero con tutti i riguardi.”

Lenore annuì, e Lang le toccò le labbra.

“Sicché imboccavamo il sentiero di ghiaia e salivamo verso la casa, che era in cima a una collina, e mi ricordo che già in lontananza riuscivo a vederla, la casa, ed era sempre una visione un po' tetra, perché la macchina di papà aveva i vetri affumicati, a sfumare verso il basso, e quando alzavo gli occhi vedevo la casa attraverso la parte più scura del vetro, e sembrava tutto cupo, come se stesse per piovere. Era sempre così, una visione tetra,” disse Lang. “E mentre ci avvicinavamo alla casa vedevamo lei, la nonna, perché era sempre lì, ad aspettarci, seduta nella sedia a rotelle. Sicché ogni volta che andavamo a trovarla lei era lì che ci aspettava, e la vedevamo da lontano ancora prima di arrivare. Anche noi eravamo contenti di vederla, anche se comunque, quello di andare a trovarla lo vivevamo come una specie di dovere, più o meno.

Ricordo che certi sabati io non volevo andarci. Non mi andava, perché avevo altro da fare. Ero piccolo, avevo tipo otto anni.” Lang tolse la mano dall'anca di Lenore e le carezzò il seno attraverso il reggiseno. “Comunque finivo per andarci lo stesso, sempre, e lei ci accoglieva tutta contenta e ci raccontava quello che faceva. Il che non prendeva molto tempo, visto che non faceva altro che fare presine all'uncinetto, per mia madre. Cioè, in effetti ne faceva tipo una al mese. Ricordo che muoveva le mani con una lentezza impressionante, come se avesse sempre un gran freddo.”

Lang si schiarì la voce. “Poi, dopo non so più quanti di questi sabati di visita alla nonna, capitò che un sabato non ci andammo. Papà aveva tipo un impegno urgente, non lo so. Fatto sta che non ci andammo. E ricordo che nemmeno l'indomani ci fu possibile andare. Però ci andammo il lunedì, per recuperare la mancata visita del sabato, e per farle una sorpresa. Quel lunedì i miei vennero a prendermi a scuola, e partimmo per andare a farle visita. Arrivammo al cancello, imboccammo il sentiero di ghiaia, e a un certo punto ricordo che la vedemmo, la nonna, da lontano, e la cosa ci stupì parecchio, cioè ci stupì vederla lì anche se non era sabato, sul porticato, coi suoi capelli bianchissimi, seduta nella sedia a rotelle, era sicuramente lei anche se la vedevamo nella penombra del vetro affumicato. E papà ricordo che disse «Ma che diavolo?», perché era lunedì, non era sabato. E fuori faceva freddo. Era novembre, o giù di lì, e le giornate erano parecchio fredde. E comunque lei era lì, seduta nella sedia a rotelle, con la coperta sulle gambe, che ci aspettava.

Sicché arriviamo e scendiamo dalla macchina e saliamo verso il porticato, e lei era contentissima di vederci, rideva e aveva quella specie di roba lattiginosa che colava dagli occhi, perché quando la nonna era molto contenta quella roba colava più del solito. Batteva le mani, con una lentezza impressionante e praticamente senza far rumore, e sorrideva e cercava di tirar fuori da sotto la coperta le presine, per mostrarle a mia madre, e ci toccava, e ricordo che papà le disse qualcosa tipo «Mamma, oggi è lunedì, non è sabato, sabato non siamo potuti venire e quindi siamo venuti oggi per metterci in pari, come mai ci stavi aspettando, non l'avevamo detto a nessuno che saremmo venuti» e via di seguito. E lei ricordo che poi sorrise, con grande tenerezza, e si strinse nelle spalle, e si guardò attorno e disse che tanto aspettava ogni giorno. E faceva sì con la testa. Ogni giorno, capisci. Lo disse così, come se dovessimo saperlo, come se fosse ovvio che la nostra visita se l'aspettava ogni stramaledetto giorno.”

Lenore guardò Lang.

“Forse non distingueva più il sabato dagli altri giorni” disse Lang. “O non sapeva che per noi il giorno di visita era il sabato. O forse lo sapeva, ma aspettava lo stesso, pensando che magari avrebbe avuto fortuna e noi avremmo deciso di fargli visita un giorno che non era previsto come giorno di visita. Fatto sta che scoprimmo che ci aspettava ogni giorno, anche quando faceva molto freddo. E adesso se ne stava lì a guardare mio padre come non capendo cosa ci fosse di tanto strano, ormai la sua vita era quella, non lo sapevamo? E noi nel frattempo ci sentivamo da cani. Ricordo che quel giorno mi sentii una merda. Una tristezza terribile.” Lang si strofinò un occhio. “Morì qualche tempo dopo, quando io ero ancora piccolo.”

Lenore guardò Lang strofinarsi l'occhio. Pensò alla nonna di Lang. Lang smise di strofinarsi l'occhio e la guardò. Lenore sentì nuovamente il bruciore alla gola. Si mise a piangere, un pochino.

“Ehi, non volevo metterti tristezza”, disse Lang. Sorrise, teneramente. “Questa è una tristezza mia, non è una tristezza tua.”

Cominciò a baciarle gli occhi, per prendervi le lacrime. Lo fece con una dolcezza tale che Lenore gli gettò le braccia al collo. Dopo un minuto Lang la strinse a sé, e con una mano provò a slacciarle il reggiseno. Lenore lo lasciò fare, e continuò a tenergli le mani sul collo. Lang le carezzò il seno mentre lei piangeva e lo stringeva a sé e pensava a un cielo del Texas, in novembre, visto attraverso un vetro affumicato. (...)

Tratto da “La scopa del sistema” di David Foster Wallace (pag. 447-449), ed. Fandango

martedì 8 agosto 2006

Casi umani

Credo di essere la prima persona a cui cresce un brufolo (proprio un brufolo, con tutti i crismi del caso, bello bianco di pus) nella parte interna della palpebra...
E io che tutto ieri sera, pur non vedendo irritazioni particolari sull'occhio, ho dato la colpa del male che sentivo a una lente a contatto.

martedì 1 agosto 2006

Canzoni che mi piacciono, chissà poi perché...

Eccomi di ritorno dopo qualche giorno di ferie nelle vicinanze di Grosseto. Stavo pensando che alcune canzoni che passano in radio ultimamente mi piacciono un sacco, nonostante cerchi di far prevalere la mia anima indie-snob.


Neffa - Il mondo nuovo
Nelly Furtado - Meneater
Muse - Super massive black hole
Julieta Venegas - Me voy
Lily Allen - Smile